E se fossimo noi le alpi apuane?
la verità è oltre la prospettiva
Illustrazioni di Naomi Zanardo

La Montagna è viva
La trasposizione molto tetra e cruda, anche un po’ macabra, che abbiamo scelto per raccontare questi concetti è indispensabile per dimostrare come ecosistemi simili siano vivi e quanto i risultati dell’interventi praticati irreparabili.
Le Alpi Apuane sono un tempio naturale che raccoglie il 50% della biodiversità toscana e sotto di loro custodiscono la falda acquifera dolce più importante del centro Italia. Noi le vediamo come enormi cumuli di rocce inanimate ricoperte da vegetazione e per quanto questa descrizione corrisponda al vero, forse, dovremmo cominciare a concepirle non come sassi, bensì come organismi. O meglio, come ecosistemi, caratterizzati da equilibri delicati e dai quali dipenderemo sempre di più nei prossimi decenni. Il settore minerario è poca cosa paragonato alle vere risorse di questa catena montuosa, che racchiude risorse e potenzialità un domani utili per il benessere di chi questo territorio vorrebbe viverlo.
Se ci immaginiamo una ferita a cielo aperto, incapace di rimarginarsi a causa dell’incessante lacerazione, è facile comprendere come un sistema intaccato non potrà mai tornare alla situazione di equilibrio originale, andando a compromettere inevitabilmente tutto ciò che ha intorno.
Non si parla solo di risorse naturali, ma anche della possibilità di utilizzare queste zone per economie alternative. I siti estrattivi dismessi che costellano le Apuane, infatti, sono cimiteri e discariche di attrezzature a cielo aperto. Questo insieme all’abbandono della cava stessa, rende il contorno inadatto allo svolgimento di qualunque attività turistica per i veri appassionati di questo tipo di ambienti, compromettendo un’intera zona al pari di una lacerazione incancrenita che estende i suoi effetti alle prossimità della parte del corpo in cui sorge.
Importante, poi, è fare un appunto in termini linguistici. Negli ultimi anni, infatti, si è diffuso il riferimento al lavoro nella cava come “coltivazione”. Si sente dire: “la coltivazione delle cave” per descrivere l’attività estrattiva, ma altro non è che un mediocre insulto alla lingua su due livelli dal momento che:

Il danno va oltre l’escavazione
Arterie, vene, capillari, cellule, DNA. Nel corredo genetico di ogni essere vivente c’è il codice che consente di riparare tessuti e ricostruire apparati. Del resto provate a pensare alle conseguenze di una grave ferita non curata per un qualsiasi organismo. Ma in questo universo-inverso il concetto di cicatrice non esiste, sopraffatto dall’incessante processo di lacerazione. Ogni squarcio è destinato a rimanere aperto ed estendere gli effetti anche su ciò che ha intorno. E da qui è facile comprendere come la cava sia solo l’inizio di una danno che è destinato ad estendersi e colpire in modo estremamente grave.
Come un complesso sistema di vasi sanguigni anche le nostre Apuane, data la loro natura carsica, presentano un fitto reticolo di canali e condotti che collegano le cime alle viscere sotterranee e da qui di nuovo in superficie per incontrare corsi d’acqua e fonti idriche di vario genere. Proprio l’acqua è una delle risorse più preziose custodita da queste montagne, ma con il passare del tempo questo elemento è sempre più minacciato dalla polvere che deriva dal taglio del materiale nelle cave, la marmettola. Un fine pulviscolo capace di insinuarsi in ogni anfratto e che incessantemente, come un virus, contagia le falde acquifere e le fonti di fiumi e laghi.
Gli esempi che vi riportiamo sono la testimonianza di questo rischioso processo di contaminazione e riguardano due luoghi molto importanti per la Garfagnana turistica. Iniziamo dal lago di Isola Santa che per più volte ha visto le proprie acque invase da un alone bianco che ha irrimediabilmente infettato l’intero bacino. Pare che la stessa sorte sia toccata anche a tanti altri corsi e specchi d’acqua del territorio Apuano. Quanto è grave? Per conoscere le conseguenze vi lasciamo questo documento video che potete consultare dal minuto 17:20 a 20:00.
A farci riflettere ancora di più dovrebbero essere alcuni dati a cura di Statista.
Il primo riguarda un rapporto del 2020 che vede le vittime nel mondo per consumo di acqua contaminata a quota 485.000. Tante? Poche? Considerate che le morti per disastri naturali ammontavano a 8.200 ed erano 87.400 quelle legate ai conflitti.
Il secondo rapporto fa notare come da qui al 2040 (in pratica dopo domani) ci si aspetti, anche per il nostro paese, un livello di stress idrico (il rapporto tra domanda d’acqua e disponibilità) alto, tra il 40 e l’80% a seconda della zona.
Rimanere indifferenti o non riconoscere il vero valore delle Apuane è una mossa, a nostro avviso, priva di lungimiranza.

Dove vanno le nostre Montagne?
Quali saranno le domande dei nostri nipoti quando si ritroveranno davanti un patrimonio naturale irrimediabilmente compromesso? E da parte loro sarà legittimo chiedersi il perché di un tale risultato, magari in un momento in cui l’escavazione e il suo indotto saranno solo ancora più risicati per questo territorio. E chi di noi sarà lì, cosa potrà rispondere? Quale sarà la motivazione o la scusa per aver lasciato a una generazione solo polvere e desolazione? Perché, guardiamo in faccia la realtà, nel migliore dei casi stiamo smontando tonnellate di montagna per far contento qualche benestante dall’altra parte del mondo che nella sua dimora potrà camminare su pavimenti di marmo. E diciamo nel migliore dei casi perché il materiale destinato all’arte, quella vera, è una quantità irrisoria, mentre il resto (3/4 di 5 mln di tonnellate) può essere sbriciolato e ridotto in polvere per utilizzi industriali (dentifrici, vernici, colla per mattonelle, adesivi).
Cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo? Terre abbandonate in luoghi ormai compromessi per qualsiasi altro tipo di impiego? Ci appelleremo a quello che spesso viene detto: “il marmo è una risorsa per l’economia del territorio e di chi ci vive”, quando sappiamo benissimo che la percentuale di persone impiegate da questo settore (versante Garfagnana) è un numero che non arriva a 1 cifra se calcolato sulla percentuale della popolazione (0,x).


Il futuro è una scelta
Lo diciamo alla fine, è vero, ma una cosa che deve essere chiara è che questo progetto non va interpretato come un attacco; soprattutto verso chi nelle cave ci lavora e con quel lavoro porta il pane in tavola per la famiglia. Pensiamo anche a loro, a loro più di tutti, perché è difficile non immaginare un’alternativa per loro. Alternativa che darebbe modo di trovare un impiego meno impattante sul territorio in cui essi stessi vivono e che potrebbero aiutare ad evitare di pagare il prezzo di scelte che a distanza di 20 o 30 anni si rivelerebbero sbagliate e quindi incapaci di provvedere al benessere di una piccola parte di comunità.
Recentemente, da fatti avvenuti su scala globale, abbiamo imparato che… dalla storia non vogliamo imparare. Ma il fatto è che a lei non interessa e ciclicamente si ripete, lasciando indizi. Se prendiamo come esempio il borgo di Gorfigliano, alle pendici delle Apuane Settentrionali, vediamo come la popolazione subisca un calo di anno in anno. E non stiamo parlando degli ultimi anni, parliamo di almeno 3 decenni, quando dalle 1.500/2.000 persone degli Anni ‘80-‘90, si è arrivati alle poco più di 600 anime odierne.
Un’evidenza da cui non si può fuggire e che trova spiegazione nell’assenza di un’economia alternativa a quella dell’escavazione. Riassumendo, da tempo la scelta per gli abitanti di queste zone è tra trovare impiego altrove o contribuire a infierire su questi ecosistemi. E ci fa male perché se il tema è quello degli universi paralleli o realtà alternative, allora siamo sicuri che in un altro, da qualche altra parte, c’è sicuramente una Gorfigliano che assomiglia molto alla Molveno che abbiamo conosciuto nel nostro reportage su come sviluppare un modello turistico di successo.
E man mano che si perdono le persone, se ne vanno anche le tradizioni, la possibilità di costruire un futuro, la cultura e via via l’identità che definisce una popolazione. Ciò che ci auguriamo è un’azione preventiva e veloce da parte di chi di dovere per poter offrire alternative valide, incentivare gli investimenti da parte dei privati in settori alternativi, attrarre l’interesse di brand o compagnie di vario genere e scongiurare il dissolversi di intere comunità.